Taranto 2026 – Il Presidente Stefano Podini: «Giochi del Mediterraneo occasione per cambiare il mindset della pallamano italiana»

Pubblicato il: 24/08/2026

I Giochi del Mediterraneo sono entrati nel vivo. La netta vittoria della Nazionale maschile all’esordio ha infiammato il Palasport di Fasano, che ora attende il prosieguo del cammino degli azzurri, ma anche dell’Italia femminile che va a caccia dei suoi primi punti. Ma l’appuntamento di Taranto 2026 va oltre i confini agonistici: per la pallamano italiana rappresentano un’imperdibile occasione di confronto con lo sport internazionale, ma soprattutto un momento per riflettere su cultura e mentalità indispensabili per compiere il definitivo salto verso lo sport di alto livello.

Aspetti, questi, sui quali il Presidente Federale Stefano Podini, presente a Conversano e Fasano per assistere alle gare d’esordio delle Nazionali azzurre, ha voluto porre l’accento alla vigilia della nuova stagione e dopo un’estate che ha acceso i riflettori sui giovani della pallamano azzurra.

FIGH: Presidente, perché considera i Giochi del Mediterraneo un’opportunità così importante per la pallamano italiana?
PODINI: «Eventi di questo livello permettono di confrontarsi non soltanto con altre Nazionali nella nostra disciplina, ma con l’intero mondo dello sport di alto livello. Ai Giochi del Mediterraneo convivono atleti, tecnici e staff provenienti da discipline differenti, tutti accomunati dalla ricerca della prestazione. Osservare come lavorano, come si preparano, come affrontano una competizione e persino come vivono i momenti lontani dal campo è un patrimonio di esperienza straordinario.
Taranto deve essere per noi un laboratorio. Non dobbiamo limitarci a guardare il risultato sul tabellone: dobbiamo osservare, confrontarci e capire quale mentalità consente agli atleti e alle organizzazioni sportive di diventare realmente competitivi ad alto livello.
La pallamano italiana negli ultimi anni ha iniziato un percorso di crescita importante. Ma salire di livello ci sta mostrando che crescita tecnica e tattica, da sole, non bastano».

FIGH: Da dove passa allora il vero salto di qualità?
PODINI: «Dalla mentalità prima di tutto. Possiamo e dobbiamo aumentare il numero degli allenamenti, migliorare la preparazione atletica, investire nella tecnologia e scegliere staff tecnici e manageriali di livello internazionale. Tutto questo è indispensabile. Ma se questi investimenti non vengono accompagnati da un cambiamento culturale profondo di tutto il Movimento, rischiamo di utilizzare strumenti professionistici continuando però a ragionare con una mentalità dilettantistica.
Se vogliamo una pallamano da professionisti, dobbiamo cominciare a pensare, comportarci e assumerci responsabilità da professionisti.
Ed è importante chiarire che questo cambiamento non riguarda soltanto gli atleti. Deve coinvolgere tutto il Movimento».

FIGH: Come si traduce concretamente, per un atleta della Nazionale, evolvere il proprio mindset?
PODINI: «Significa innanzitutto comprendere il proprio ruolo. Un atleta che entra in Nazionale deve sapere che sta diventando parte di in un progetto nel quale esistono competenze, responsabilità e ruoli precisi.
Quando si prende parte ad una competizione internazionale, bisogna essere concentrati al cento per cento sulla prestazione, sulla squadra e sugli obiettivi. Non si può disperdere continuamente energia commentando ciò che accade intorno, giudicando le decisioni tecniche o alimentando discussioni sui social. I social possono naturalmente essere utilizzati, ma dovrebbero diventare anche uno strumento positivo ed è ciò che la Federazione cerca di fare attraverso i propri canali: raccontare la Nazionale, valorizzare i punti di forza del Movimento, avvicinare nuovi appassionati e trasmettere entusiasmo.
L’atleta deve fare l’atleta. Il suo compito è prepararsi, competere, rispettare la squadra – fare squadra e dare il massimo. Mi ha colpito l’atteggiamento delle ragazze e dei ragazzi della scherma, della canoa e del nuoto, sport individuali ma dietro e dentro l’atleta c’è lo spirito più sano dello sport di squadra: uno per tutti, tutti per uno! Mentre per valutare le scelte tecniche e gestionali esistono allenatori, staff, dirigenti e organismi federali con responsabilità precise.
Questo non significa impedire il confronto. Al contrario. Il confronto all’interno di una squadra è fondamentale, ma deve avvenire nei luoghi, nei tempi e con le persone appropriate».

FIGH: Parlando di talenti, anche il ruolo delle famiglie è determinante…
PODINI: «Nella crescita di un giovane atleta l’ambiente che lo circonda può essere determinante. Un genitore può essere il più grande alleato della crescita sportiva del proprio figlio, ma può anche involontariamente ostacolarla quando tende continuamente a sostituirsi all’allenatore, al preparatore o al dirigente.
Lo vediamo in tantissimi sport: dopo una partita tutti diventano allenatori, arbitri o selezionatori. Ma un atleta che vuole arrivare ad alto livello deve imparare progressivamente ad assumersi responsabilità, affrontare le difficoltà e rispettare le competenze. E’ vero siamo tutti genitori e vogliamo dare una mano, ma il migliore aiuto che una famiglia può dare a un giovane atleta non è proteggerlo da ogni difficoltà, ma insegnargli ad affrontarla. Disciplina, autonomia, rispetto dei ruoli e capacità di accettare le decisioni fanno parte della formazione di un atleta tanto quanto l’allenamento. Il cambiamento deve quindi coinvolgere anche il mondo che circonda l’atleta e, appunto, le famiglie».

FIGH: Questo discorso riguarda anche le società?
PODINI: «Certamente. Anzi, le società sono protagoniste assolute di questo cambiamento. Dobbiamo superare l’idea che Club e Nazionale siano due entità separate o, peggio ancora, portatrici di interessi contrapposti.
Quando gioca la Nazionale è naturale che presidenti, dirigenti e allenatori dei Club abbiano opinioni sulle convocazioni, sulle scelte tecniche o sulle modalità di lavoro. Fa parte della passione per questo sport. Ma dobbiamo trasformare questa passione in una partecipazione costruttiva.
Possiamo avere opinioni diverse, possiamo discutere e confrontarci. Ma quando viene avviato un progetto tecnico bisogna anche avere il coraggio di lasciarlo andare avanti e giudicarlo sui risultati, non sottoporlo ad un processo dopo ogni partita.
Un progetto di crescita internazionale non può essere giudicato nell’arco di qualche settimana. Ha bisogno di continuità, stabilità e tempo».

FIGH: Il rapporto tra Club e Nazionale si conferma perciò determinante…
PODINI: «Certo, perché la Nazionale è il risultato del lavoro dell’intero Movimento. La Nazionale è il fiore all’occhiello e il faro che segna la rotta al Movimento. Sono le società che scoprono i ragazzi, li formano, li allenano ogni settimana e consentono loro di crescere. La Federazione e gli staff delle Nazionali intervengono successivamente su questo patrimonio. Per questo non ha senso ragionare in termini di “noi” e “loro”.
La Nazionale non appartiene alla Federazione più di quanto appartenga alle società. È il punto più alto di un sistema unico. Quando vince, il merito è anche dei club che hanno formato quegli atleti. E quando non raggiunge gli obiettivi, dobbiamo sentirci tutti parte della stessa responsabilità.
È un concetto centrale: le società producono, gestiscono e mettono a disposizione gli atleti e sono quindi parte integrante tanto dei risultati quanto del percorso di crescita delle Nazionali».

Il Presidente Stefano Podini con il DT delle Nazionali femminili Martin Albertsen a Conversano

FIGH: Presidente, non c’è il rischio che questo invito venga interpretato come una richiesta di non criticare?
PODINI: «Sarebbe sbagliato interpretarlo così. La critica è importante quando è competente, costruttiva e formulata nei luoghi corretti. Una Federazione che vuole crescere deve sapersi mettere continuamente in discussione.
Il problema nasce quando il confronto viene sostituito da una cultura del commento permanente: dopo ogni convocazione, ogni partita, ogni scelta dell’allenatore. Lo sport di vertice richiede invece capacità di programmare e di valutare un percorso nel tempo.
Cambiare mindset non significa smettere di pensare. Vuol dire, al contrario, passare dalla cultura della critica alla cultura della responsabilità e della proposta.
Ed è esattamente ciò che chiediamo anche ai dirigenti delle nostre società: diventare attori propositivi della crescita e partecipare attivamente al cambiamento della cultura sportiva».

FIGH: In questo senso Taranto 2026 può rappresentare un punto di svolta?
PODINI: «Può esserlo se saremo capaci di utilizzare questa esperienza nel modo corretto. Ai Giochi del Mediterraneo stiamo avendo la possibilità di vedere da vicino atleti e organizzazioni provenienti da culture sportive diverse.
Dobbiamo avere l’umiltà e l’intelligenza di osservare. Guardare come un atleta di alto livello si prepara. Come affronta una vittoria. Come reagisce a una sconfitta. Come si rapporta con il proprio allenatore. Come vive all’interno di una squadra. Come interpreta il proprio ruolo quando rappresenta il suo Paese. Questi aspetti possono insegnarci moltissimo.
La differenza tra essere bravi atleti ed essere atleti di alto livello non è soltanto nei muscoli, nella tecnica o nelle ore di allenamento. Molto spesso la differenza è nella testa».

FIGH: Qual è allora il messaggio che vorrebbe lasciare a tutto il Movimento?
PODINI: «Che dobbiamo avere ambizione. La pallamano italiana non deve più accontentarsi di partecipare. Se vogliamo confrontarci stabilmente con le migliori nazioni dobbiamo accettare tutte le conseguenze positive di questa ambizione.
Significa lavorare di più e meglio. Significa investire nella competenza. Significa accettare la disciplina. Significa rispettare i ruoli. Significa imparare dalle sconfitte senza cercare immediatamente un colpevole e vivere le vittorie come un punto di partenza, non come un punto di arrivo. E soprattutto significa capire che nessuno può compiere questo percorso da solo. Atleti, allenatori, staff, società, dirigenti, famiglie e Federazione: siamo parti dello stesso sistema. Se vogliamo portare la pallamano italiana stabilmente nell’élite internazionale, dobbiamo crescere tutti insieme.
Taranto, allora, può diventare qualcosa di più dei Giochi del Mediterraneo. Può essere uno specchio nel quale osservare ciò che siamo oggi e, soprattutto, comprendere ciò che vogliamo diventare domani. La sfida più importante non è soltanto vincere una partita in più, ma costruire una nuova cultura della pallamano italiana. Ed è una partita che dobbiamo giocare tutti insieme».

(foto: Canu\Bozzoli)